Narrativa e letteratura araba contemporanea

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Patria, esilio, destino nella narrativa di Kanafani

Ghassan Kanafani (1936-1972) appartiene alla schiera degli scrittori della "letteratura palestinese della diaspora", espressione con cui ci si riferisce, generalmente, agli scrittori e poeti palestinesi che, dopo la Nakbah del 1948, abbandonarono la Palestina per cercare possibilità di vita e di lavoro all'estero.

La "letteratura della diaspora" si distingue, dunque, da un lato, dalla produzione letteraria di quegli autori, chiamati Arabi di Israele, rimasti in Palestina dopo il '48, dall'altro, dalla "letteratura dei territori occupati", espressione degli intellettuali rimasti sui territori occupati da Israele dopo la Naksah del 1967.

La "letteratura della diaspora" e' quindi una produzione letteraria in cui assumono particolare rilevanza i temi della perdita della patria, della lotta per la propria terra, del viaggio, dell'esilio, ma anche quello della memoria costante della patria stessa e del ritorno.

Tutte queste tematiche sono presenti e ben sviluppate nelle opere letterarie di Kanafani che, pero', introduce nei suoi romanzi e racconti anche altri temi, sicuramente meno conosciuti ed esplorati ma, non per questo, meno interessanti: il tema del ruolo della casualità nella vita umana e quello dell'ineluttabilità del destino.

Analizzando l'opera letteraria di Kanafani, ci si trova di fronte, a mio parere, a due grandi linee direttrici: da un lato, i temi relativi al distacco dalla patria, alla lotta per la propria terra, al viaggio verso l'ignoto, all'esilio, con il suo portato di nostalgia, di senso di spaesamento, di affetti dispersi, di terribile sradicamento; dall'altro lato, i temi che concernono il ruolo del caso nella vita umana e un destino di fragilità cui l'uomo, per quanto forte e intelligente, non può sfuggire.

Per quanto riguarda la prima linea tematica, emerge subito il tema del distacco dalla patria, del viaggio verso l'ignoto, che può condurre a una nuova vita oppure alla morte, ma che sempre viene vissuto come una frattura insanabile nella propria esistenza.

Il distacco del giovane Kanafani dalla Palestina e' rievocato in un bellissimo racconto, La terra delle arance tristi, in cui l'autore descrive con grande nostalgia il forzato allontanamento del protagonista dalla propria terra. Appena annunciata la nascita di Israele, il giovane protagonista del racconto viene svegliato dal padre perché assista all'ingresso dell'esercito arabo in Palestina. Ma l'entusiasmo del padre, che incita alla vittoria i soldati arabi, si affievolisce man mano che la radio trasmette notizie che annunciano, invece, la disfatta delle armate arabe. Tra la delusione e l'amarezza da un lato, la presa di coscienza dall'altro, il racconto si conclude con l'immagine simbolica di alcune arance colte in Palestina e ormai avvizzite.

Riguardo alla tematica del viaggio, e' impossibile non rievocare la drammatica storia narrata nel romanzo Uomini sotto il sole, del 1964: un viaggio della speranza che comincia in Iraq e ha come destinazione il ricco Kuwait, dove tre palestinesi diseredati sperano di arrivare clandestinamente per trovare un lavoro e iniziare una nuova esistenza. Ma i tre clandestini non sono destinati a giungere alla meta, moriranno asfissiati nel ventre di un'autocisterna nel deserto iracheno, vittime di un agghiacciante destino. Tre emigranti che simboleggiano tre generazioni diverse: l'anziano Abu Qais spera di piantare olivi, il giovane As'ad sogna di arricchirsi, l'adolescente Marwan avrebbe preferito continuare a studiare ma e' costretto a partire per sostituire il fratello che, ormai sposato, non può più inviare denaro alla famiglia.

L'autore affronta in questo romanzo temi spinosi, come l'inefficienza della classe politica palestinese che non ha saputo evitare la catastrofe, la scarsa sensibilità, se non indifferenza, degli altri arabi verso le sofferenze dei palestinesi.

Ma il caso, le circostanze avverse, occupano nel romanzo, a mio giudizio, un ruolo centrale, assumendo connotati surreali, quasi a prefigurare l'orrore finale. La stessa autocisterna, lanciata in corsa sfrenata con il suo carico umano nel ventre tenebroso, assume la consistenza mostruosa e satanica di un immane cetaceo di melvilliana memoria, come osserva P. Blasone in un saggio.

Caratteri peculiari del romanzo appaiono, da un lato, la cadenza filmica della narrazione, dall'altro, la psicologia dei protagonisti retrospettivamente inquadrati, non esclusa quella dell'autista dell'autocisterna che condurrà i te, attraverso il deserto infuocato, alla fine spaventosa.

Se il caso determina il destino dei tre disgraziati, anche il sole, il deserto, Dio stesso assistono alla tragedia con spietata indifferenza.

Il viaggio della speranza si trasforma così in un viaggio maledetto, in cui il dato reale diviene simbolo universale della condizione umana.

Un'altra tragica partenza e' quella raccontata nel romanzo breve Ritorno a Haifa, del 1969, quella dei coniugi di Haifa che, incalzati dal bombardamento inglese e dall'assalto israeliano, sono costretti ad abbandonare la patria imbarcandosi su una nave destinata ad allontanare i profughi dalla città, lasciandosi forzatamente alle spalle non solo la casa e i beni, ma soprattutto il figlioletto di pochi mesi.

Questo romanzo e' stato indicato da F. Gabrieli come" forse il più artisticamente e umanamente valido" dei racconti di Kanafani.

La storia e' nota: due coniugi palestinesi di mezza eta' tornano, dopo circa venti anni, a Haifa, per una breve visita alla loro città, per rivedere almeno per un attimo quella che fu la loro casa, ora appartenente ad altri. Nella concitata fuga di venti anni prima, la coppia aveva perduto il figlioletto di pochi mesi. Ora la casa e' occupata da un'anziana ebrea polacca, reduce dai campi di sterminio nazisti. Questa donna, insieme al marito ormai defunto, aveva adottato il bambino palestinese facendone un soldato israeliano. Il ritorno della coppia e' dunque molto amaro: perduta la patria, perduta la casa, ma soprattutto il figlio, che tratta con disprezzo e incomprensione i genitori ritrovati.

Particolarmente significativa e', in questo romanzo, la raffigurazione del nemico, dell'israeliano: l'ebrea polacca che parla con la coppia palestinese ha un nome e un volto, e', come nota I. Camera d'Afflitto, un "nemico dal volto umano", a sua volta vittima di orrori e ingiustizie, capace di provare, per i legittimi proprietari della casa in cui abita, nonché legittimi genitori del figlio che ha adottato, sentimenti di commozione e solidarietà.

Ciononostante il finale e' amaro, senza concessioni a un improbabile e sdolcinato lieto fine: il ragazzo si sente israeliano, rifiuta i genitori, che se ne vanno affranti al pensiero che il figlio maggiore potrebbe trovarsi, un giorno, a combattere, con le armi in pugno, contro il figlio minore, militante per la libertà della Palestina.

Il tema politico, il tema della terra e della lotta per la terra, riemerge anche ne La madre di Saad: Kanafani ci parla dei diseredati dei campi profughi, alleati non solo contro il nemico comune, ma anche contro il ceto sociale degli arabi ricchi e insensibili alle sofferenze dei poveri.

Il messaggio politico, esplicito in tutte le opere di Kanafani, rispecchia il fatto che l'autore abbia sempre affiancato alla sua attività di letterato l'impegno politico, nella speranza che la letteratura potesse diventare un efficace strumento per far conoscere la storia della Palestina ai lettori del mondo, nella convinzione che l'attività creativa e artistica potesse superare confini e barriere politiche per far valere, infine, le buone ragioni dei palestinesi.

Il tema della lotta per la patria e per la difesa della libertà torna ancora in un'altra raccolta di racconti , Uomini e fucili. Si tratta di racconti brevi che compongono due parti distinte, trasformando il libro quasi in un vero e proprio romanzo: i protagonisti, infatti, sono sempre gli stessi e la loro storia si sviluppa di racconto in racconto. Ogni racconto e' compiuto in se', potrebbe essere letto indipendentemente dagli altri, ma, tutti insieme, i racconti narrano un'unica vicenda, quella di una famiglia palestinese formata dai genitori, da un figlio medico e da un figlio minore, ancora adolescente, deciso a combattere per la libertà e l'indipendenza della Palestina.

Sulla stessa linea troviamo il romanzo, o meglio, la trilogia di brevi romanzi incompiuti, al-Ashiq (L'innamorato).

Strettamente legar al tema della perdita della patria e' il tema dell'esilio che, in molte opere di Kanafani, si mescola con quello dell'emigrazione di tanti palestinesi verso i paesi arabi ricchi di petrolio.

Nel 1956 lo stesso autore, trasferitosi in Kuwait, assiste al passaggio di tanti connazionali che giungono nel ricco emirato pieni di speranza, per dover poi affrontare nuove delusioni.

Significativo, a questo proposito, un racconto del 1958, Una perla per strada, il cui protagonista, emigrato in Kuwait e distrutto dalla nostalgia e dalla durezza della vita in esilio, piuttosto che tornare in un campo profughi in Giordania o in Libano, preferisce morire su una spiaggia del Kuwait, inseguendo il sogno impossibile di trovare una perla in un'ostrica.

Il tema dell'esilio, della gurbah, ritorna in un altro racconto, Morte del letto numero 12, scritto in Kuwait nel 1960: e' la storia di un giovane omanita, emigrato in uno Stato vicino per dimenticare una delusione d'amore. Malato di leucemia, la nostalgia, il senso di spaesamento e di perdita lo porteranno a una fine rapida e straziante.

La seconda linea tematica della opere di Kanafani esula dalla questione palestinese in senso stretto, per investire la realtà umana in generale: il tema del destino, del caso, del suo ruolo nella vita dell'uomo.

Questa problematica e' trattata con ampiezza nel romanzo L'altra cosa. Si tratta di un'opera unica nella produzione di Kanafani: il romanzo, pubblicato nel 1966 a Beirut, dove nel frattempo l'autore si era trasferito, si presenta in apparenza come un "giallo", una novità per Kanafani che non ha mai trattato in altre opere il genere poliziesco.

L'autore si serve del protagonista, un avvocato accusato dell'omicidio di una donna, per conferire un'impronta poliziesca a una storia che, in realtà, presenta contenuti e riferimenti di carattere psicologico e filosofico. Non si tratta infatti del solito romanzo giallo che termini con la scoperta del colpevole e il trionfo della giustizia ne' di una storia che si limiti a indagare il fenomeno del crimine. Kanafani prende spunto da un delitto oscuro e misterioso per toccare i temi fondamentali della vita:l'amore, il matrimonio, il tradimento, la giustizia, presentati dal punto di vista particolare dell'imputato-vittima. Il romanzo rappresenta, quindi, un tentativo di analisi delle problematiche esistenziali alla luce della incapacità umana di scoprire la verità e dell'umana impotenza di fronte alla casualità e alle circostanze avverse: l'imputato-vittima non tenta neppure di difendersi dalle accuse ingiuste, consapevole dell'inutilità di tale difesa di fronte all'ineluttabilità di un destino avverso. Il finale e' tragico: l'avvocato, che sceglie il silenzio e non la difesa, viene condannato a morte per impiccagione. Tutto il libro e' dominato dalla presenza incombente, angosciosa dell'"altra cosa": il caso, il destino sfavorevole. E' il caso il primo motore della storia, il vero protagonista del romanzo. Tutto ciò ci riporta alla concezione della vita di Kanafani, presente in modo evidente, a mio parere, anche in molte altre opere dell'autore, che vede l'uomo in balia degli eventi, che possono annientarlo in qualunque momento. Si pensi, ad esempio, ai protagonisti di Uomini sotto il sole, che muoiono in modo atroce per il concatenarsi di una serie infernale di circostanze, o a quelli di Ritorno a Haifa, che perdono il figlio per una serie di casualità . Questo romanzo rappresenta, a mio avviso, uno scritto molto interessante, in quanto ci svela interamente un nuovo aspetto del pensiero di Kanafani, concentrato sul destino dell'uomo in generale.