Narrativa e letteratura araba contemporanea

Sito personale di Federica Pistono

L'innamorato

  Questa opera è stata composta poco prima dell'assassinio dell'Autore e, pertanto, è incompiuta. Si compone di quelli che lo stesso Kanafani definisce tre romanzi brevi: L'Innamorato, Susine di aprile, Il cieco e il sordo.

  In realtà, più che di romanzi brevi veri e propri, si tratta piuttosto, a mio avviso, di racconti lunghi, ad eccezione dell'ultimo, tutti dotati di una notevole potenza evocativa e simbolica.

  Il primo racconto, L'Innamorato, è la storia di un giovane in fuga con la sua puledra: nel passato del protagonista si nasconde un crimine oscuro, misterioso, che lo spinge a fuggire e a rifugiarsi in luoghi sempre diversi, incalzato dal suo irriducibile avversario e inseguitore, il capitano Balak. Quest'ultimo è ossessionato dall'obiettivo di catturare il fuggitivo, uomo dai mille volti e dai mille nomi.

Sullo sfondo della resistenza palestinese alla vigilia della proclamazione dello Stato di Israele, il fuggitivo Abd al-Karim, o Qasim, o Husnin, detto anche l'Innamorato, si muove attraverso gli splendidi scenari del deserto e delle campagne palestinesi, sempre a fianco di un cavallo, animalecon il quale sembra condividere l'amore per la libertà, per la natura, per gli orizzonti sconfinati e selvaggi. 

  Il cavallo appare come una delle tante cifre simboliche di questo libro: stallone o puledra, è sempre di razza pura, rappresenta la fuga, la libertà, il destino, la dedizione, l'amicizia  che dona senza chiedere nulla in cambio, al contrario di quanto solitamente avviene nei rapporti umani.

Lo stesso protagonista possiede una forte valenza simbolica: rappresenta l'uomo alla macchia, il fuggiasco braccato consapevole fel fatto che, prima o poi, perderà la libertà, suo bene supremo, e la vita.

  La notevole forza fisica, la statura imponente, l'amore appassionato per la natura e gli animali, fanno dell'Innamorato un personaggio indimenticabile.

  La narrazione è sempre orchestrata su due voci, una che racconta, l'altra che risponde. Da un lato è sempre il protagonista a narrare la vicenda, dall'altro è un personaggio diverso, che ci presenta la storia da un punto di vista differente. La seconda voce narrante appartiene a chi, entrando in contatto con l'Innamorato, ne descrive, di volta in volta, l'aspetto e le vicissitudini. Tra queste voci, troviamo quelle dei proprietari terrieri che che hanno dato la voro e rifugio al protagonista, quella dell'eterno inseguitore, il capitano Balak, infine quella di una ragazza, Zeynab, che si innamora del fuggitivo e gli viene destinata come sposa.

L'Autore utilizza, im questo racconto, una tecnica narrativa basata sui continui flash-back, con un conseguente intreccio tra passato e presente, ripercorrendo la vicenda a ritroso, partendo dal presente per ricostruire il passato e chiarire i puntoi oscuri al lettore.

  Come molti racconti e romanzi di Kanafani, la narrazione presenta dunque una cadenza quasi filmica: le scene sono ben scandite e separate una dall'altra dallo spazio e dal tempo, fino ad apparire come tanti quadri a sé stanti, legati dal protagonista comune e dal dipanarsi della sua vicenda. Anche il ricorso alla tensione è sapientemente utilizzato: la scena ha un esordio tranquillo, ma fin dall'inizio la tensione comincia a salire, trascinando il lettore in un vortice angoscioso, dallo scioglimento tanto drammatico quanto improvviso e inaspettato.

 

  Il secondo racconto, Susine di aprile, è una storia di guerra e di resistenza, ambientata in Palestina all'inizio degli anni '70. Dopo uno scontro a fuoco tra soldati israeliani e Fedayn, il padre di uno di questi ultimi viene convocato dalle autorità israeliane per identificare la salma del figlio. L'uomo dichiara però che il giovane, sepolto nella fossa comune con gli altri Fedayn uccisi, non è suo figlio.  Una pietosa bugia, volta a garantire la salvezza dei compagni superstiti del ragazzo ucciso.

  Questo padre, Abu Qasim,  rappresenta, in un certo senso, l'altra faccia di Said, il protagonista palestinese del romanzo Ritorno a Haifa : mentre Said, con la moglie, torna a Haifa dopo venti anni di assenza nella speranza di rintracciare il figlioperduto, che ritrova nei panni di un soldato israeliano, un altro padre palestinese, Abu Qasim, giunge a negare l'identità del figlio per salvare i compagni di lui.

  Due padri palestinesi, due storie drammatiche, in un certo senso speculari: da un lato Said, il padre che afferma con tutto se stesso che il giovane israeliano che ha davanti e che lo rifiuta è suo figlio, un palestinese; dall'altro Abu Qasim, un padre costretto a negare la propria paternità, proprio quando il suo più grande desiderio sarebbe quello di offrire al figlio martire almeno una degna sepoltura.

  A un anno dalla morte del figlio, Abu Qasim si reca a far visita a una compagna di lotta di lui, Suad. Lungo la strada, coglie per la ragazza un fiammeggiante mazzo di fiori rossi, fiori di susino sbocciati ad aprile. Giunto a casa di Suad, Abu Qasim trova una amara sorpresa: l'appartamento è presidiato dai soldati israeliani. I militari cercano qualcosa e qualcuno, ma non sanno bene chi e cosa cercare. Sanno soltanto che un esponente di primo piano della resistenza palestinese potrebbe giungere da un momento all'altro in quella casa.

  Abu Qasim, dapprima inebetito e confuso, capisce infine che la persona ricercata è un vecchio amico del figlio. L'eroico tentativo di salvare il giovane sarà pagato da Abu Qasim con l'estremo sacrificio.

  Cifra simbolica del racconto è il mazzo di fiori rossi, raccolto dall'anziano padre per offrirlo a una amica del figlio morto: il mazzo di fiori di susino, guardato con tanto sospetto dai soldati, rappresenta la speranza, la rinascita, la nuova vita che torna a risplendere dop la morte, ma anche "il sangue dei martiri che torna a fiorire" per i loro cari.

 

  Il trezo racconto, Il cieco e il sordo, è, a tutti gli effetti, un romanzo breve.

  Incompiuto, dimostra come l'Autore fosse alla ricerca di tematiche nuove e di nuovi orizzonti. Si può sicuramente affermare che, se fosse stato completato, questo romanzo sarebbe stato senz'altro una delle opere più riuscite di Kanafani.

  Protagonisti della vicenda sono Amer, un cieco, e Abu Qays, un sordo, entrambi palestinesi, originari dello stesso villaggio. Per uno scherzo della sorte, i due si incontrano, una notte, ai margini del deserto, sulla tomba di Abd al-Ati, un santo di cui non solo le leggende popolari, ma anche i giornali, riportano i numerosi miracoli.

  Dopo vane invocazioni e inutili suppliche al santo, perché restituisca ai due pellegrini la vista e l'udito, i due uomini decidono di svelare l'enigma che aleggia intorno alla figura del santo stesso, la cui testa appare misteriosamente tra i rami più alti di un albero che sorge presso il sepolcro. Il cieco sale, così, sulle spalle del sordo, per esaminare, con le sue dita dal tatto infallibile, la testa del santo, affacciata fra i rami dell'albero.

  L'amara sorpresa ha il sapore di una beffa atroce: la testa del "santo" non è altro che un gigantesco fungo, la cui forma ricorda vagamente quella di una testa umana.

  Da questa vicenda paradossale scaturisce un evento positivo: tra il cieco e il sordo nasce e si sviluppa una profonda amicizia, cementata dall'origine comune, dalla reciproca comprensione delle rispettive sofferenze, dalla delusione per la beffa patita e scoperta insieme.

  Tornati in città, i due uomini decidono di distruggere la tomba del santo e di abbattere l'albero, per evitare che altri ingenui vadano incontro a vane speranze e a inutili tribolazioni.

  I due sono però osteggiati nel loro proposito da Hamdan, un giovane garzone che lavora nella panetteria di Amer. Solo il verificarsi di nuove e impreviste circostanze, come il ritorno del padre di Hamdan dopo dodici anni di carcere e il litigio di Abu Qays con un collega di ufficio, imprimerà una svolta diversa alla vicenda.

  Il romanzo non ha, purtroppo, un vero e proprio finale: si intuisce una pacificazione degli animi dei protagonisti, dapprima esacerbati dalla scoperta dell'inganno, poi sempre più propensi a rinunciare alla vendetta, cos' come si intravede lo svilupparsi di un nuovo rapporto con Hamdan, reso più maturo e responsabile dall'incontro con il padre.

  I temi fondamentali di questa opera sono dunque due: la religiosità popolare, ai limiti della superstizione, e l'amicizia.

 Simbolo del primo tema è, indubbiamente, la testa del santo, oggetto di venerazione e di pellegrinaggi da tutta la regione, da parte di infelici che sperano di ottenere un miracolo. Si fondono e si mescolanoridicolo e grottesco, tragedia e commedia, fede e superstizione, ingenua religiosità e turpe cinismo, buona fede e inganno. Vi sono infatti persone che, a scopo di lucro, alimentano la storia del "santo" e incoraggiano i pellegrinaggi.

Un tema senz'altro nuovo per Kanafani, trattato con la consueta maestria: dai dialoghi e dai soliloqui del cieco e del sordo emerge tutta l'amarezza di chi, già segnato da una disgrazia, è oggetto di inganni e raggiri che creano false speranze, che non possono non tradursi in nuove, cocenti delusioni.

  Da notare, infine, come la vicenda del santo e del suo albero miracoloso si inquadri nel mondo musulmano, a dimostrazione del fatto che certe manifestazioni di credulità e di superstizione siano comuni all'umanità tutta.

  Il tema dell'amicizia e della solidarietà non rappresenta certo una novità per l'Autore, che tocca questa tematica in quasi tutte le sue opere.

  Ma l'amicizia tra il cieco e il sordo assume connotati speciali, nasce da una disgrazia e da una beffa e si sviluppa con la solidarietà e la comprensione reciproca, nonché con un particolarissimo scambio di udito e vista.

  Anche l'amicizia con Hamdan merita attenzione: da dieci anni un affetto quasi paterno lega il cieco al ragazzo e, in questo rapporto, dopo un iniziale rifiuto, viene gradualmente integrato anche il sordo.

 

  La lingua è l'arabo classico, un arabo sobrio e moderno, generalmente privo di concessioni al dialetto che pure caratterizza tanta produzione letteraria araba contemporanea.

  Qualche sorprendente eccezione si trova nel romanzo Il cieco e il sordo , dove è possibile imbattersi in espressioni colloquiali, in riflessioni personali espresse in dialetto siro- palestinese.

  Sarebbe interessante chiedersi se l'Autore, potendo vivere più a lungo dei suoi trentasei anni, non avrebbe sviluppato questa scelta linguistica che, nell'opera in oggetto, è ancora allo stato embrionale.